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Deliri letterari e altre amenità

08/07/2017, 17:25

racconto autoconclusivo, horror



Mia-per-sempre


 Lei non lo sa. Non sa che sono qui ad osservarla. Non sa di essere il fulcro di ogni mio pensiero.



Lei non lo sa. Non sa che sono qui ad osservarla. Non sa di essere il fulcro di ogni mio pensiero. Neanche sospetta che io esista, seppure una volta, una sola volta per pochi istanti, ha sollevato gli occhi verdi dal libro che stava leggendo e si è guardata attorno dubbiosa. Credo che in quel momento abbia avvertito qualcosa. Mi sarebbe piaciuto parlarle, avvicinarmi a lei, saggiare il profumo della sua pelle. E invece no, invece sono rimasto in silenzio a guardare la brezza accarezzarle il mento con una ciocca di capelli sottili, sono rimasto a contemplare i raggi del sole giocare sulla sua spalla attraverso le fronde dell’albero sotto cui si ripara negli oziosi pomeriggi estivi, qui, nel giardino della sua casa.Semplicemente, ha abbassato gli occhi incerta, restando in ascolto. Poi, con il gesto più semplice e delicato del mondo, ha scostato i capelli dal volto, portandoli dietro l’orecchio perfetto. Ha risollevato il suo libro tornando a immergersi nella lettura, allontanandosi di nuovo da quella flebile connessione che, soltanto per un attimo, si era instaurata fra di noi.Allontanandosi di nuovo da me.Lei non lo sa.Non sa che ogni giorno la attendo qui, accontentandomi di guardarla e di sognare il giorno in cui i suoi occhi incontreranno i miei. Non sa che i miei sospiri si confondono con il vento, mentre la guardo da lontano senza riuscire a muovermi, in attesa che prima o poi passi accanto a me e si accorga che sono sempre stato a un passo da lei.Un giorno, quando era solo una bambina, la sua palla rotolò via fermandosi vicino a me. Restai ad osservare quella sfera colorata senza fiato, e intanto comprendevo che sarebbe corsa a riprenderla e mi avrebbe finalmente visto. Tremavo turbato, dibattendomi tra la paura e la speranza. Mi mancava il respiro, e tuttavia assaporavo disperatamente l’aspettativa che cresceva mentre la guardavo avvicinarsi. Avrei potuto persino sfiorarla. Avrei potuto lasciare che lei mi vedesse e che mi parlasse con la sua voce argentina.Fu allora che il cane ringhiò.Gli animali hanno una sensibilità maggiore delle persone, e quella del labrador dei suoi genitori non era da meno. Mi fiutò, guardandomi dritto negli occhi fintanto che attendevo la sua padroncina. Mi abbaiò contro, come ad un estraneo. Ricambiai il suo sguardo restando bloccato e atterrito. Lei si voltò verso l’animale senza capire, e fu allora che una folata di vento leggero ci investì, facendo rotolare la palla lontano da me.L’occasione era sfumata: non si sarebbe avvicinata. Non mi avrebbe visto.Non so se fu più il sollievo o la delusione, nell’istante in cui li osservavo rientrare in casa. Ascoltavo la voce di lei blandire il suo compagno di giochi, e la guardavo aprire la porta della veranda per poi sparire dalla mia vista, lasciandomi esausto ed assetato.La cosa più cocente era la consapevolezza che il cane mi aveva davvero scorto. Non avrebbe più lasciato che la bambina potesse avvicinarsi a me. Per lui ero un’entità estranea da cui diffidare, anche se la mia presenza era ormai divenuta inconsapevolmente una costante nelle loro vite.Ero rassegnato, quando un giorno la vidi piangere disperata. Per la prima volta non scorsi il suo amico a quattro zampe farle compagnia, né l’avrei più visto dopo di allora.Anche in quei minuti scanditi dai suoi singhiozzi, però, non potevo avvicinarmi a lei. Il suo dolore mi raggiungeva in raffiche che mi investivano ed arrivavano dritto al centro del mio essere. Non avevo mai desiderato così intensamente di poterla sfiorare. Guardavo impotente le lacrime deturpare il suo bel viso, e intanto pensavo disperato che avrei potuto nutrirmi di ogni singolo singulto, perché la sua pena diventava parte di me, scorrendomi nell’anima e radicandosi nella mia mente.Lei era da sola, in lacrime, senza nessuno a tenerla stretta, senza nessuno a sussurrarle all’orecchio. E io ancora non potevo avvicinarmi. Non avrei potuto chissà per quanto altro tempo.Lei non sa che ogni giorno non faccio che guardarla e sospirare impotente, struggendomi nel desiderio. E che come ogni giorno, anche oggi rimango ad osservarla, perdendomi sul candore della pelle delle gambe che spuntano dagli shorts.Non ho mai potuto parlarle, eppure dentro di me sono certo che nessuno la conosca altrettanto bene. Posso indovinare i pensieri che le affollano la testa, quasi come se li vedessi attraverso la tesa di quel buffo cappello di paglia che porta adesso.Lei non ama i copricapi, so che è stata sua madre a insistere perché lo calzasse, perché oggi il sole è forte e l’ombra frastagliata dell’albero potrebbe non essere sufficiente a proteggerla. So che ha accettato di portarlo per farla contenta, ma sorrido quando la vedo toglierselo. Mi aspettavo che non avrebbe resistito a lungo con quello indosso.Resto a guardarla rigirarselo fra le mani, giocherellare con la tesa ampia e il foulard colorato a decorarlo. La osservo quasi ridendo, perché è buffo vederla rotearlo con le dita. Vorrei prenderla affettuosamente in giro, quando inevitabilmente le sfugge dalle mani.Mi manca il fiato, mi sento impietrire all’improvviso. La paglietta cade sull’erba rasata, rimbalzando sul cerchio della tesa come fosse una moneta che rotola via. Nella mia mente rivedo la palla colorata di tanti anni fa sovrapporsi all’immagine del cappello che rimbalza fino a fermarsi ai miei piedi.Riporto lo sguardo su di lei, stupefatto. La vedo drizzarsi a sedere dalla sdraio su cui era accomodata, osservando contrariata quel suo accessorio dispettoso. Sento la trepidazione impadronirsi di me, perché quest’oggi non ci sono cani che mi ringhiano contro. Quest’oggi lei non è una bambina, e in giardino non ci siamo che noi due, anche se lei non lo sa. Lei non lo sa.Qualcosa nel mio essere si ferma quando si alza in piedi e poggia le mani sui fianchi. Percorro con lo sguardo la lunghezza delle sue gambe snelle, accarezzo con i miei desideri i capelli biondi e sottili che ricadono sulle spalle e sulla schiena. Il top azzurro avvolge morbido le sue curve, e io non posso che tacere e contorcermi dentro di me, nell’attimo in cui compie il primo passo nella mia direzione.La attendo, e a ogni metro mi sento quasi morire. Stavolta non si fermerà, ne sono certo. Stavolta riuscirò a sfiorarla, e lei saprà che sono qui.Tutto il mio essere vibra, quando lei raggiunge il cappello. Senza dar segno di accorgersi di nulla si china sui talloni per raccoglierlo, e così rimane per qualche istante.È così vicina. Dopo tanto tempo, così vicina.La sento sospirare, e improvvisamente so che è affranta.«Jack.» Sussurra tristemente. «Mio caro Jack, che per qualche strano motivo non volevi che io mi avvicinassi a questo punto del giardino.»So che sta pensando a quel giorno anche lei. Sta pensando alla palla che è rotolata via, e all’amato cane che ha ringhiato minacciosamente al nulla. Ma il suo Jack ora non è qui.Osservo dall’alto la sua testa bionda, le rotondità delle sue ginocchia, l’azzurro del top sulla sua schiena. Mi chino davanti a lei, cercando di attirare il suo sguardo basso.Non mi vede. Non sa che sono qui.Qualcosa dentro di me si spezza, e la disperazione prende il sopravvento. Così tanto tempo ad attendere, ad osservarla, e lei ancora non sa.Quasi non mi rendo conto di quello che sto facendo, quando le soffio sul viso. I capelli sottili si muovono, le ciglia sbattono leggermente. Lei alza lo sguardo.Per qualche istante non succede nulla, ma poi, finalmente, mi vede.Gli occhi le si spalancano di stupore, mentre la consapevolezza apre un varco fra noi due, e finalmente sa. Ed è forse così che accade il miracolo.Finalmente mi rende tangibile. Finalmente mi libera.Osservo le mie braccia, e mi sorprendo nell’essere in grado di allungarle. Il suo sguardo stupefatto mi brucia addosso. Le tocco i polsi con le mani, e lei si ritrae spaventata, cadendo all’indietro e finendo seduta sull’erba. Il suo profumo arriva forte alle mie narici e mi inebria.Le afferro le braccia nel timore che possa allontanarsi. Lei si dibatte cercando di divincolarsi, e comprendo che si metterà ad urlare. Non voglio che accada.Mi lancio su di lei, abbracciandola più forte che posso, ghermendola e tenendo il suo volto contro di me. La sento lottare, la sento cercare di gridare, ma sono disperato. Ho atteso troppo tempo. Lei finalmente mi ha visto, finalmente sa di me. Non posso lasciarla andare.Le sue grida si fanno via via più flebili, mentre la avvolgo con tutto il mio essere. Combatte e lotta, ma non può nulla. La stringo nelle mie spire di oscurità, strangolandola con tentacoli fatti di buio e oblio, ed aspiro il suo fiato, il suo stupore, il suo dolore. La sua essenza.Finché non smette di lottare. Finché non smette di muoversi.Infine la trascino via. Là dove ho sempre atteso che arrivasse il pomeriggio, per vederla in giardino. Dove resterà insieme a me, nel vuoto, in cui nessuno potrà più vederla. Dove non si potrà più sapere di lei, così come lei non ha mai saputo di me. Sino ad ora.Lei adesso è mia.Finalmente, è mia per sempre.


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