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Deliri letterari e altre amenità

Il blogsalotto di Annalisa Rizzi

17/11/2017, 16:45

racconto autoconclusivo, drammatico



Due-sottili-linee-blu


 Sento il suo sguardo scivolarmi addosso, mentre mi fissa avidamente. Ha gli occhi rossi, la fronte sudata. È affannato.



Sento il suo sguardo scivolarmi addosso, mentre mi fissa avidamente. Ha gli occhi rossi, la fronte sudata. È affannato. Gli sento inspirare rumorosamente l’aria di cui è in debito a causa dello sforzo fisico di poco fa, mentre il suo corpo fremeva sopra il mio.«Sei mia.» Sussurra. «Sei mia soltanto.»Sembra quasi una scena d’amore, una di quelle che si leggono nei libri erotici.Non lo è.Vorrei rispondergli, ma non riesco. Vorrei poter respirare come fa lui, così profondamente, ma dalla gola esce solo un gorgoglio che mi soffoca.Cerco di sollevare una mano, ma posso soltanto muovere le dita. Le sento sporche, imbrattate di una sostanza viscida e calda. Ho paura di pensare cosa sia, anche se dentro di me lo so bene.Sono terrorizzata, perché sta accadendo veramente. Anzi, è già accaduto: lo leggo in quegli occhi di pazzo davanti a me. È già accaduto, è tutto irreversibile, e quello sguardo è l’ultima cosa che sono costretta a guardare, perché di me si è preso tutto e ancora non basta. Deve prendersi anche l’ultimo respiro, anche l’ultima immagine che porterò quando mi strapperà anche l’anima.Non pensavo che potesse succedere. Credevo che accadesse alle altre, lontano da me. Credevo che lui fosse un brav’uomo. Credevo tante altre cose.E quando tutto è cominciato a cambiare, credevo che la colpa fosse mia. Che senza di lui sarei rimasta sola e sperduta, perché non avrei mai trovato di meglio. Non una come me. Se avessi aspettato, se avessi pazientato, forse lui sarebbe tornato come prima. Avrei solo dovuto compiacerlo. Avrei solo dovuto fare tutto quello che mi diceva.Anche se era difficile, perché tutto quello che facevo non era sufficiente. C’era sempre un che di sbagliato, di deludente. Non riuscivo proprio ad essere come le compagne dei suoi amici, anni luce migliori di me. Non potevo proprio non farlo vergognare.Ma poi... ma poi qualcosa è cambiato. Qualcosa stava accadendo dentro di me, senza che me ne fossi resa subito conto. Mentre vivevo nel grigiore, un piccolo arcobaleno cominciava a sorgere proprio lì, al centro di me, del mio corpo.Quando ho visto le due linee blu dello stick ho sorriso, e all’improvviso mi sono accorta che non sorridevo da tanto.Avrebbe sorriso anche lui, ne ero certa. Mi avrebbe abbracciata, e sarebbe tornato tutto come allora, come in quei primi tempi in cui mi guardava come si guarda la più bella. Sarei tornata ad esserlo davvero, quelle due sottili linee blu avrebbero riportato indietro il tempo, per spingerlo poi in un futuro felice. Cancellando questa parentesi buia.Perché sì, solo di una parentesi si trattava. Non poteva essere che così.Solo che i sogni finiscono, e il risveglio è duro.«È caduta dalle scale», ha detto al medico. «Perché non guarda mai dove mette i piedi.»Anche mentre annuivo a occhi bassi, avvertivo su di me lo sguardo del dottore. Ho visto la sua mano firmare il referto, e poi spegnere l’ecografo. Ho visto la stessa mano voltare la maniglia e invitarci ad uscire, ma non l’ho vista stringere quella che lui gli porgeva.È stato allora che la realtà mi ha schiaffeggiata più forte di quanto lui abbia mai potuto fare. È stato allora che ho capito che non potevo restare. Che era meglio rimanere da sola, perché poteva avere tutto di me, poteva togliermi ogni cosa, ma non quella gioia minuscola. Non quel piccolo arcobaleno.Ho deciso che dopo il raschiamento sarei andata via per sempre. L’ho deciso mentre radunavo le bavette e le scarpine di lana che avevo comprato, e che avrei dovuto ormai donare alla Caritas.Ma non immaginavo così.Lo guardo riprendere fiato, ancora una volta. «Sei mia soltanto» ripete, ed estrae la lama fredda del coltello da cucina dal mio ventre.Sussulto, e mi volto. No, non saranno i suoi occhi l’ultima cosa che vedrò.Una delle scarpine è caduta a terra, poco distante da me. È successo poco fa, quando me le ha fatte volare via dalle mani.La guardo, e chiudo gli occhi.Volo via, finalmente libera.Verso un arcobaleno che credevo d’aver perduto.


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