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Deliri letterari e altre amenità

Il blogsalotto di Annalisa Rizzi

21/10/2018, 17:52

thriller, noir



L’uomo-giusto


 Aprì gli occhi lentamente.Il sapore metallico che le insozzava le papille gustative le fece ricordare in parte quello che era successo la sera prima, quando era stata colta di sorpresa in una maniera che non avrebbe mai creduto possibile.



*** L’audiobook di questo racconto è stato realizzato dagli artisti di Dramabooks e può essere ascoltato cliccando questo link. ***

Aprì gli occhi lentamente.
Il sapore metallico che le insozzava le papille gustative le fece ricordare in parte quello che era successo la sera prima, quando era stata colta di sorpresa in una maniera che non avrebbe mai creduto possibile.
Alzò la testa con cautela, ma non riuscì a evitare l’ondata di vertigine che la investì prepotente. Riabbassò il mento sull’incavo alla base della gola, e nella penombra vide il sangue che andava seccandosi sui lustrini del top. Si sentì smarrita nel ricordare che quel sangue era fuoriuscito dalle labbra e dall’orecchio, quando lui l’aveva colpita forte.
Si concentrò per saggiare l’udito, ma ben presto si rese conto di non poter essere certa delle condizioni del timpano: probabilmente era lacerato ed era per questo che da quel lato non sentiva nulla. Nella migliore delle ipotesi la ferita poteva essere esterna e il condotto uditivo semplicemente ostruito dal liquido ormai coagulato. Le vertigini, però, non erano un buon segno.
Dall’altro orecchio, quello buono, riusciva a cogliere quella che doveva essere la voce dell’annunciatrice del notiziario. Un mezzobusto con la scollatura profonda al di sotto del lavoro di un truccatore sottopagato.
Non capiva da dove provenisse: non riusciva a localizzare la fonte del suono.
"...Ancora nessuna notizia delle donne scomparse. I loro famigliari, in deroga al silenzio stampa, chiedono a chiunque sia in possesso di informazioni di contattare i più vicini organi di polizia..."
Fece un mezzo sorriso che le provocò una staffilata di dolore. Non si farà avanti nessuno, si disse con sicurezza. Ma non si farà avanti nessuno nemmeno per me.
I polsi, legati strettamente dietro lo schienale della seggiola zoppa, le dolevano. Sentiva i muscoli delle braccia bruciarle a causa della posa assunta da - minuti? Ore? - troppo tempo. Avvertiva migliaia di spilli martoriarle le gambe, saldate fra loro da fascette da elettricista. Una, troppo stretta, se tenuta ancora a lungo probabilmente le avrebbe compromesso gli arti dal ginocchio in giù: i polpacci erano ormai gonfi e, nonostante la penombra rotta solo da una debole luce bianca alle sue spalle, si rendeva conto che stavano assumendo una sinistra colorazione violacea.
Il tormento più insopportabile era però quello che le stava infliggendo la vescica: era piena, troppo piena. A ogni modo aveva ragione di dubitare che il suo aguzzino le avrebbe tolto i fermi per permetterle di servirsi del bagno.
«Dicono che non ci si debba fidare dell’aspetto di una donna conosciuta in discoteca.» Esordì una voce maschile. Lei si voltò prima da una parte e poi dall’altra: l’orecchio assordato non le consentiva di capire dove si trovasse la persona che le stava parlando. Si morse forte un labbro quando il mondo cominciò nuovamente a ruotarle attorno.
Il ragazzo le fece la cortesia di spostarsi, comparendo davanti a lei. «Sembra che poi, la mattina dopo, non siano più tanto attraenti come appaiono sotto le luci stroboscopiche. Nel tuo caso direi che è proprio vero: il tuo aspetto, adesso, è tutt’altro che gradevole. »
Lei lo fissò. Com’è che si era presentato? Matteo? Mattia? Non aveva importanza: era certa che le avesse rifilato un nome falso, assieme al drink drogato.
«Scusa, non sono ancora riuscita a rifarmi il trucco.» Sibilò.
Lui la squadrò con un moto di stupore. «Sarcasmo?» Chiese più a se stesso che alla donna. «Sul serio? Forse non hai ben chiara la situazione in cui ti trovi.»
Lei riportò lo sguardo al sangue rappreso sui suoi indumenti, sulla minigonna che, per qualche strano motivo, era ancora al suo posto. Era facile che, tra i due, la più stupita fosse lei. Cosa avrebbe dovuto aspettarsi da quella situazione, se non uno stupro? E invece no. Quello squilibrato l’aveva legata e riempita di botte, ma non aveva attentato alla sua virtù. Che gentiluomo. O che impotente?
Il sorrisetto che le increspò le labbra fece montare l’ira dell’uomo. Il pugno la colpì così forte da sbriciolarle gli incisivi.
«Cazzo!» Lo sentì urlare un istante dopo. «Cazzo! Schifosa! Sei una schifosa!»
Il dolore per il colpo subito le ottenebrava il cervello, ma non tanto da non avvertire il senso di bagnato che cominciava a inondarle il culo e le gambe.
La vescica aveva ceduto e lei si era pisciata addosso come un bambino di un anno.
Vide l’uomo gridare, saltellando sul posto come un travestito a un gay pride. «Schifosa! Adesso chi dovrà pulire? Chi pulirà, adesso?»
Da dietro un sipario di dolore lo vide indicare la pozza di urina ai suoi piedi. Sentiva le labbra gonfiarlesi in pulsazioni precipitose, mentre con la lingua sputava via sangue e schegge di denti. Bastardo. Maledetto pazzoide bastardo.
Il colpo le aveva riacutizzato le vertigini. I conati cominciarono a martoriarle la gola, mentre il sangue usciva copioso dal labbro superiore spaccato.
Da un punto imprecisato di quel mondo rotante e confuso, riconobbe la voce dell’annunciatrice in sottofondo alle grida isteriche dell’uomo.
"...donne scomparse. I loro famigliari, in deroga al silenzio stampa, chiedono a chiunque sia in possesso di informazioni..."
È in loop. Comprese senza avere davvero cognizione del pensiero che aveva formulato. Vuole che continui ad ascoltare la medesima notizia.
Un conato più forte degli altri la costrinse ad abbassare il capo più che poté. Un fiotto di acido giallognolo misto a sangue si riversò nella fessura fra i due seni. Colpa di quelle dannate vertigini. Anzi, no: colpa di quello stronzo.
«No!» Lo sentì gridare esasperato. «Questo è troppo!»
Non vide arrivare il colpo, ma l’esplosione di dolore che le investì il volto fu devastante quando la suola dello stivale texano di lui impattò sul suo naso e la ribaltò assieme alla sedia alla quale era legata. Nel battere con violenza la testa a terra, la vista si spense per qualche istante in un lampo bianco, un po’ come il puntino sullo schermo del televisore quando si preme il tasto di spegnimento. La botta chetò per un attimo le vertigini e in quel momento si rese conto che stava per perdere i sensi.
Non poteva permetterselo: già sentiva il sangue scorrere giù dal naso per soffocarla. Si morse forte il labbro spaccato con i denti rotti: ferita su ferita, dolore su dolore. Doveva restare vigile. Doveva combattere. Non sarebbe finita come le ragazze scomparse di cui parlavano al telegiornale.
Si costrinse ad aprire gli occhi e da quella posizione, sotto una coltre rossa, vide gli stivali di lui allontanarsi un passo dopo l’altro verso una porta da cui filtrava la luce. Un neon, forse. Intravedeva le ante di un mobile da cucina e intuì vagamente che fosse piuttosto datato, in netta contrapposizione col look ultimo grido del mentecatto.
In particolare, le dannate calzature che adesso ticchettavano sul pavimento avevano attirato il suo sguardo la sera prima, assieme ai pantaloni aderenti e alla maglietta tesa sulle spalle larghe. Ti seppellirò con addosso quei cazzo di stivali, pensò in maniera sconnessa.
Non passò molto che le suole di lui tornarono nel suo campo visivo. Vide quei piedi girarle attorno, e poi scomparire di nuovo dalla sua vista. Si sentì sollevare da dietro e rimettere in posizione verticale senza alcun garbo e non riuscì a evitare di emettere un lamento gorgogliante quando le strattonò le braccia: se gliele avesse sollevate ancora un po’, con ogni probabilità le avrebbe lussato le articolazioni delle scapole.
Vuole dissanguarmi, pensò quando sentì una lama dentellata morderle la pelle di un polso. Fu solo un attimo, però: una pressione, e finalmente le mani non erano più legate fra loro.
Poteva muoverle e lo fece con stupore e circospezione, mentre lui le si rimetteva di fronte, agitandole un coltello da bistecca davanti agli occhi. «Ora ti libero anche i piedi e tu pulirai tutta questa merda.» Le sussurrò avvicinando la faccia alla sua. «Se fai scherzi, ti ammazzo dopo averti fatta a pezzi.»
Lo vide accovacciarsi, ben attento a non mettere i piedi nell’urina e a non toccare il vomito. Non poteva crederci: non solo squilibrato, ma anche schizzinoso.
Il pazzo tagliò la fascetta sotto le ginocchia, poi passò a quella alle caviglie.
Non sapeva se gli arti avrebbero ubbidito, ma non poteva permettersi di perdere l’occasione. Gli afferrò i capelli e gli tenne ferma la testa, e contemporaneamente scattò col ginocchio.
Stavolta fu il naso di lui a esplodere in uno schizzo di sangue.
L’uomo gridò lasciando cadere il coltello accanto a sé. La donna lo afferrò proprio mentre il mondo ricominciava a vorticare forte attorno a lei, a quel pazzo che urlava come un agnello da scannare, a quei capelli stretti disperatamente fra le dita. Nella vertigine pregò per la prima volta dopo molti anni: che la mano mantenesse la presa, che la traiettoria non venisse sfalsata da quel girotondo nauseante e doloroso.
La lama saettò per un istante riflettendo la debole luce della cucina, poi affondò nel collo del suo aguzzino mentre lo stomaco le si ribellava di nuovo.
Lui si afflosciò di colpo e lei gli cadde addosso tossendo e vomitando e sputando sangue.
Non gli rivolse la minima attenzione: era certa che fosse morto. C’era troppo sangue che gli usciva dalla gola andandosi a mescolare al piscio sul pavimento.
Strisciò via, guadagnando la porta della cucina.
"...famigliari, in deroga al silenzio stampa, chiedono a chiunque sia in possesso di informazioni di contattare..."
In loop, sì.
Dannato pazzoide mitomane.
«Sei proprio un coglione.» Biascicò all’indirizzo del suo aggressore.
Tornò a prestare attenzione alla registrazione del notiziario. No, nessuno avrebbe mai contattato la polizia. Lei non era come quello squilibrato: era molto più brava. Aveva occultato i corpi delle ragazze con maestria. E no, non le aveva maltrattate barbaramente come aveva fatto lui. Era una gentildonna: le aveva uccise con eleganza, senza ferocia. E senza assurdi strepiti e isterismi. Non aveva mai avuto bisogno di intrattenersi in simili sceneggiate per far sparire qualcuno, in special modo quelle ragazze che le somigliavano tanto, con i loro occhi verdi e i capelli neri, che faceva scomparire perché non aveva il coraggio di scomparire lei stessa.
Chissà che movente invece aveva lui, per decidere di emularla.
Si voltò di nuovo, improvvisamente certa che l’avrebbe fatta franca.
«Volevi essere come me?» Gli chiese sputando sangue da un sorriso sfregiato. «Ti faccio un regalo: sarai me per davvero.»
Il telefono era accanto al televisore. Dovette arrancare non poco, ma già sentiva la circolazione riattivarsi nelle vene delle gambe mentre componeva il numero del pronto intervento. Non le sembrava vero di poterne uscire, e men che meno avrebbe creduto che un uomo potesse fornirle l’occasione. Eppure era possibile: l’uomo giusto per lei, dopotutto, esisteva sul serio. Bisognava solo avere la fortuna di  imbattercisi.


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