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Deliri letterari e altre amenità

Il blogsalotto di Annalisa Rizzi

14/09/2017, 16:55

Racconto autoconclusivo, noir



Il-sorriso-vuoto-(Turno-di-notte-2017)


 Quella consapevolezza così improvvisa era una condanna, un tarlo, uno stiletto arroventato a torturargli la mente anziché le carni, a minargli un equilibrio su cui aveva sempre fatto affidamento



Era solo un ricordo, o il ricordo di un ricordo, magari di qualcosa che non era neppure avvenuta realmente, una sensazione.
Non sapeva neanche come fosse arrivata, un suono, un odore, una sensazione, appunto.
Ma di certo, all’improvviso, aveva capito che tutto quello che aveva pensato fino a quel momento, per tutto quel tempo, era sbagliato.
Di più.
Era l’opposto di come erano andate veramente le cose.
Carlo Lucarelli

Quella consapevolezza così improvvisa era una condanna, un tarlo, uno stiletto arroventato a torturargli la mente anziché le carni, a minargli un equilibrio su cui aveva sempre fatto affidamento, anche se in effetti non sapeva più a che titolo, visto che proprio quella sua stabilità di cui tanto era orgoglioso gli stava ora venendo a mancare, disfacendosi come cenere.
Non era bastato che un sorriso.
Un sorriso sotto occhi azzurri glaciali, rimasti senza espressione, mentre il volto a cui appartenevano era illuminato dal sole cocente di luglio.
Era bastato quello, e quello soltanto, a lasciarlo smarrito in un labirinto di mille domande che adesso si sovrapponevano le une alle altre, affollandosi nella fitta tela del dubbio.
Era stato subito dopo averle detto che aveva finalmente deciso. Che aveva preso appuntamento dal notaio per quello stesso pomeriggio, e che ci sarebbe andato assieme al ragazzo. Fra le mura di quello studio, il suo nome sarebbe comparso per l’ultima volta accanto a quello dell’azienda che aveva contribuito a costruire assieme a suo padre. Avrebbe lasciato che il nome di suo figlio prendesse il posto del suo, proprio come suo padre aveva fatto a suo beneficio prima di lui.
Il suo giovane erede sarebbe diventato l’unico titolare, mentre lui si sarebbe goduto la pensione assieme a sua moglie.
Era stato allora che lei aveva risposto con un sorriso che voleva dir tutto e contemporaneamente nulla, sotto quegli occhi freddi e sprezzanti.
Per la prima volta in vita sua aveva provato una sensazione terribile e spiazzante. Sotto lo sguardo di sua moglie si era sentito stranamente spoglio. Sotto lo sguardo della donna che aveva condiviso la vita con lui si era sentito improvvisamente piccolo e insignificante.
Non aveva saputo spiegarsi quella sensazione così netta e devastante. Le aveva domandato se fosse contenta, e il sorriso di lei si era allargato un po’ di più. Gli aveva risposto che certamente per il figlio sarebbe stato meglio subentrare subito, piuttosto che aspettare la sua morte.
Quell’affermazione lo aveva colpito come un pugno, ferendolo più profondamente di quanto volesse darle a vedere. Aveva dissimulato con garbo, ribattendo che sì, la pensione voleva godersela da vivo, magari ai tropici, piuttosto che in un campo santo. Lei aveva alzato le spalle, riportando l’attenzione alla bibita che stava sorseggiando sul bordo della piscina incastonata nell’intimità del loro giardino. Un giardino che faceva parte di una proprietà che lei aveva desiderato con tutte le sue forze, e che lui aveva comprato per sfinimento.
Così come per sfinimento aveva acconsentito a farsi da parte, ritirandosi a vita tranquilla, e mettendo tutto nelle mani del giovane.
Quel giovane che aveva ereditato l’aspetto fisico da sua madre, compresi quegli occhi così penetranti. Quel giovane che, curiosamente, da lui non aveva preso alcunché, né fisicamente né caratterialmente. Apparentemente, nulla accostava padre e figlio. Senza essere a conoscenza del legame fra i due, non si sarebbe neanche detto che fossero uniti da una parentela così stretta, tanto erano diversi.
Il figlio non era che lo specchio della madre: freddo, ambizioso. E bello come lei.
Osservò quel volto famigliare e amato, sovrapponendogli nella sua mente l’immagine del giovane. Per la prima volta si rese conto di quanto il loro rapporto fosse esclusivo. Fu una scoperta così sconcertante che quasi si sentì di troppo.
E in quel disagio, si chiese se quell’affinità che lo teneva alla larga non fosse in realtà sintomo di qualcosa a cui non non si era mai concesso il permesso di pensare.
Facendosi coraggio, si chiese se davvero non ci fosse nulla ad accomunarlo a quel ragazzo che aveva cresciuto con amore, nonostante il lavoro lo tenesse tanto impegnato.
Al di là delle caratteristiche fisiche, che - ci può stare - non è detto che si trasmettano da una generazione all’altra, possibile che non ci fosse nulla? Nulla di nulla?
Si chiese da quanto tempo lo avesse capito. Perché una cosa del genere non si può non capirla, ma si arriva a far di tutto per nasconderla a sé stessi. E più la cosa è grave, più si diventa bravi ad occultarla.
Si guardò le mani, quelle mani che poche ore dopo avrebbero dovuto firmare un documento che avrebbe messo tutto il lavoro di una vita nelle mani di un altro. Di padre in figlio, di figlio in nipote.
Solo che in questa sequenza c’era un’irregolarità, finalmente la vedeva. E tutto grazie a quel sorriso vuoto.
Si portò alle spalle della moglie, che stava ancora sorseggiando la bibita con i piedi in ammollo.
C’erano due verità che adesso assimilava in tutta la loro pienezza: la prima era che lui aveva sempre odiato le piscine. Sin da piccolo, era stato così sensibile al cloro da non poter mai godersi un bagno, perché la sostanza gli provocava gravi otiti dopo un solo tuffo.
E l’altra verità, quella più grave, quella potente e definitiva, era che quel figlio non era suo.
Ora era tutto chiaro.
Non era lui suo padre. Intimamente lo aveva sempre saputo, ma era stato bravo a ignorare la realtà. Era stato un vero campione a nasconderla a se stesso, finché lei non aveva sorriso, mandando in pezzi tutte le illusioni di cui si era fatto scudo. Le aveva usate come paravento, esattamente come aveva fatto sua moglie di lui nel corso di tutta la vita che avevano costruito assieme, giorno dopo giorno.
Si inginocchiò, poggiandole le mani sulle spalle, come a volerle alleviare la fatica (di cosa?) con un massaggio.
E poi spinse.
Tenerle la testa giù per il tempo necessario non fu difficile, perché lei era esile. Esile come il ragazzo.
Mentre il pelo dell’acqua si andava finalmente chetando, si disse che probabilmente quel giorno dal notaio non ci sarebbe andato. Era subentrata un’incombenza più urgente: alla fine, qualcuno si sarebbe goduto davvero la pensione dal campo santo.
Ma non lui.
Lui avrebbe annegato (che superbo gioco di parole!) il dolore per la disgraziata perdita della moglie dedicandosi anima e corpo al suo lavoro, a capo dell’azienda.
Il ragazzo avrebbe aspettato.


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